Il traffico dei vestiti
Si scelgono i vestiti migliori, quelli senza buchi, i meno lisi, capi anche firmati che dovrebbero arrivare nelle mani di chi ne ha più bisogno. Questi vestiti però invece di arrivare ai centri di distribuzione accreditati passano per le mani di organizzazioni criminali che li selezionano accuratamente e li rivendono nelle piazza dell’usato delle più grandi città del nostro paese. L’archetipo criminale del traffico di vestiti usati era stato smascherato nel 1999, con l’indagine del sostituto procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Donato Ceglie. All’epoca dei fatti si scoprì un filo conduttore nei traffico che collegava la Campania alla Toscana. Guerra in Kossovo, raccolte straordinarie in tutta Italia di indumenti usati, la Caritas che ci mette la faccia e una organizzazione che clona i sacchetti per la raccolta della associazione religiosa. Centinaia di quintali di vestiti mai arrivati nelle mani di chi ne aveva bisogno. Il resto è tutto scritto nei verbali della indagine in cui furono coinvolte decine di persone. Oggi però nessuno indaga più su questo giro commerciale che solo nella piazza romana arriva a smuovere fino a 2 milioni di euro; 530 cassonetti gialli accolgono le vesti da riciclo che vengono poi offerte a chi ne ha più bisogno. Ad oggi sono solo alcuni addetti del settore che denunciano la pericolosità della raccolta di vestiti usati e a confermarlo sono alcuni incendi, avvenuti nel giro di pochi mesi, sempre contro la stessa struttura, Apemaia. Questa è una delle principali cooperative sociali in Italia legata al Cnca, coordinamento nazionale comunità d’accoglienza. Da anni si occupa di ritirare le vesti in disuso, circa 200 quintali di indumenti al giorno, nella sola capitale, che vengono gettati negli appositi cassonetti gialli per il riciclo del materiale. La cooperativa, come provano le indagini della polizia in corso, è stata al centro di una serie di intimidazioni; da 2005 ad oggi 3 incendi, di cui solo l’ultimo ritenuto dagli inquirenti doloso per aver trovato una tanica di benzina dentro al magazzino. La struttura di 700 metri quadrati è solo una delle tante che esistono nel paese. Andando a rileggere i verbali dell’indagine di 10 anni fa, il pm Ceglie dichiarava che “le associazioni di volontariato non commettono reati ma, appaltando la raccolta degli stracci, alimentano un giro d’affari, spesso illegale, che finanzia la malavita” in quel caso la camorra. Oggi invece sono nel mirino di chi è interessato a un settore poco conosciuto come questo. Secondo il presidente delle Cnca del Lazio, Carlo De Angelis, “il traffico dei vestiti serve ad organizzazioni criminali per riciclare soldi sporchi attraverso la vendita nei mercatini dell’usato di capi ancora buoni”, in più, e qui De Angelis si ricollega a uno dei capi d’accusa della vecchia indagine di Capua Vetere, “le vesti, se imbevute di liquidi pericolosi” come il percolato di scolo da rifiuti più o meno tossici “vengono date alle fiamme per eliminare gran parte delle prove sul traffico illecito di rifiuti”.
Bisogna però distinguere quanto accaduto in precedenza con la situazione attuale. Le cooperative che si occupano di dare una mano ai più bisognosi denunciano situazioni a volte difficili. Invece i mercatini dei vestiti usati, senza indagini apparenti della magistratura, rimangono un mercato florido, che alimenta i fine settimana di centinaia di persone quando, nel tentativo di aggiudicarsi delle occasioni, affollano le piazze sparsi nei principali centri urbani. Niente di illecito se non alcuni sequestri di merci contraffate e non legate alle raccolte delle cooperative sociali. Nessun collegamento nemmeno fra i magazzini tessili gestiti da organizzazioni cinesi, spesso sequestrati per violazione delle leggi sul lavoro, e le vesti usate stoccate nei magazzini. Queste vanno a chi ne ha più bisogno attraverso canali certificati. Resta un dato: la raccolta sta aumentando. Nel centro Italia si batterà un record già stabilito in Europa, il maggior numero di cassonetti per il riciclo di vesti presente in tutto il continente.